Italia News
 TV   FOTO E VIDEO BLOG SERVIZI LAVORO ANNUNCI CASA
LA CITTA' NEL PALLONE

Ora riprendiamoci il paradiso
Ma la classe c'è rimasta

Da Bernardini allo scaltro Arrigoni, quante vigilie... di Italo Cucci Commenta

Dimensione testo Testo molto piccolo Testo piccolo Testo normale Testo grande Testo molto grande

italo cucci UN’ALTRA vigilia. L’undicesima, se ben ricordo. Dall’Ottantadue, quando con Inter e Juve eravamo i soli mai retrocessi (lo dicevo a Luciano Conti, e lui si toccava: gli andò bene, sempre in A) siamo stati cadetti. Come la canzone di sessant’anni fa, «noi siamo i cadetti di Guascogna, veniam dalla Spagna, andiamo a Bologna», che non ci ha portato bene. Come altre canzoni che venivano suonate allo stadio, con gran toccate, mentre ai tempi belli si sentiva sol cantare «brindisi con bicchieri colmi d’acqua, al nostro amore povero e innocente»: l’inno romantico del glorioso “Littoriale” aveva questa vena d’umiltà che si specchiava nella grandeur di una squadra che aveva fatto tremare il mondo.
 

La vigilia. L’attesa: si dice anche del termine di una gravidanza. Ma se la Signora degli Scudetti – già odiatissima Juve – ci mette nove mesi (una stagione) a partorire la promozione, noi ce ne mettiamo almeno tre. Quando il Bologna torna in A è già pronto per camminare. A volte per correre. Noi no. Noi ci siamo imbolsiti nell’attesa provocata da una povertà inedita, come negli anni Ottanta, quando volevano anche fare una colletta; o dalla cialtronaggine che non ci appartiene: la subiamo, sia frutto di pedatori truffaldini o di manovre moggesche.
In quella stagione d’imbrogli – estate 2006 – perdemmo anche l’orgoglio, insieme al presidente: la carrozza del Re Sole Gazzoni non scese più dai colli in città, Giuseppe ancora s’agita come il Conte di Montecristo, vuole giustizia e vendetta; ma la giustizia d’oggi non ama la verità. Così, dopo lunga attesa, ci rigiochiamo la Serie A senza “aiutini”, ma con entusiasmo genuino: perché, come si dice, il bolognese «l’è un bel spurtiv», ha una sua filosofia che si nutre di cultura sportiva, tolleranza, forse anche di superiorità non ritenuta, vera.
 

LA SPEDIZIONE a Mantova, per cogliere quei tre punti sprecati più d’una volta, ha mostrato che non è finito l’amore per il vecchio Balanzone rossoblù, anche se è molto cambiato: noi che siamo stati davvero tremendi nei tre spareggi della nostra storia (quello del Sessantaquattro l’ho ancora sulla pelle) sappiamo anche essere umili, ci adattiamo ai tempi, ruzzoliamo dall’arguzia colta del Dottor Pedata Fulvio Bernardini, protagonista di un gran calcio storico, alla furberia popolana dell’iperromagnolo Arrigoni che ha in mano il calcio-fai-da-te, e lo spiega sul campo più che con le parole. Eravamo snob, un tempo: non lo siamo più da quando Guazzaloca sindaco ci ha fatto festeggiare il quarantennio dello scudetto strappato all’Inter e io gli ho fatto notare che in realtà festeggiavamo con serenissima allegria quarant’anni di sconfitte. Vedi mo’.
 

GIÀ: L’INTER. Quando ci sono “attese” come questa mi torna in mente perché la vigilia dello spareggio fu davvero emozionante, con Herrera che aveva portato i nerazzurri ad Asiago e Bernardini che aveva sdraiato i rossoblù sulla spiaggia di Fregene. Così, noi: la forza del destino. Naturalmente l’Inter ci guarda dall’alto in basso, adesso, con i suoi sedici scudetti che forse sono quindici e magari quattordici. Loro hanno i soldi, con un anno di Moratti il Bologna ne camperebbe ben dieci; hanno i soldi, noi la classe. Nel Ventisette abbiamo rifiutato (grazie, Arpinati) lo scudetto che ci toccava per la squalifica del Torino, primo arrivato; Moratti l’ha preteso, ne va orgoglioso, come di quell’altro vinto senza la Juve: ma sa anche bene che uno è di cartone, l’altro d’occasione, altrimenti non avrebbe cacciato Mancini colpevole di averne vinto davvero un solo. E anche quello…
 


DIVAGO
perché nell’attesa è meglio parlar d’altro. Guarda caso, sto scrivendo da Pisa, son di passaggio, magari tempo fa mi sarei intrattenuto con Anconetani e allora avrebbero detto che “trattavo” la partita, solo perché tifoso del Bologna e amico di Romeo. Io tratto solo la mia antica passione, messa a dura prova dagli eventi negativi, e così sono come quei tanti bolognesi che vivono questa stessa vigilia con questi stessi sentimenti. Voglio il Bologna in A perché ho molti anni, proprio come quei tifosi del Bar Otello che si mettono a spiare i lavori in corso in Piazza Maggiore e dintorni, e l’anno prossimo vogliamo fare i Cento Anni del Bologna giocando con l’Inter, la Juve, il Milan e degli altri non m’importa. 1909-2009: e allora sarà festa grande, con tanti vecchi ragazzi come me (che sono nato insieme al terzo scudetto, nel ’39 e ho goduto dell’amicizia di Renato Dall’Ara) e con le nuove generazioni che non rincorrono nomi altisonanti e lontani ma i gol di Marazzina e Fava.
Dico a questi ragazzi: state attenti, non fidatevi del Pisa che tanto - dicono - fa i playoff e a Bologna può permettersi di perdere; non fidatevi perché a tutti piace battere il Bologna, che onore signori. Tirate fuori quel che avete, ascoltate Arrigoni che si gioca la prima pagina con arte antica, fatelo magari per Cazzola; e per noi, irriducibili, ingualcibili, inguaribili tifosi rossoblù.

di Italo Cucci

Nessun commento presente