Squallore e disperazione di notte sulla scalinata d'accesso alla Montagnola. Dopo l'arrivo dell'esercito al Cie, aumenta la presenza delle forze dell'ordine. La gente applaude ma c'è ancora molto da fare
SI SFILA una manica della camicia e il braccio destro resta nudo, bianco e magrissimo. Come fosse una preda. E allora i lampioni del Pincio, spietati, illuminano una scena più cruda della luce quasi bianca. E’ l’una di notte quando si vede quest’uomo — uomo o ragazzo, l’età è indefinibile — che si ‘fa’ mentre quello che gli sta seduto accanto, non così in vetta alla scalinata, non così nascosto, lo guarda e sembra quasi dargli le istruzioni. Come fosse un suicidio assistito. Prima avevano bevuto insieme, avevano parlato a lungo, agitandosi. Poi quella sequenza del buco. Pare infinita.
DALL’ALTRA PARTE, più in alto, appena sotto la cancellata, un gruppo di giovani magrebini grida, beve e fuma. Uno di loro s’innervosisce quando s’accorge dello scatto di un telefonino, alle sue spalle. Di sotto, accanto alla fontana, anche stanotte è peggio di una discarica. La discarica dei tossicodipendenti e degli spacciatori, le cartine di stagnola e tutto il resto del kit. E bisogna stare in apnea per affrontare quel pezzetto di verde, con quell’odore di piscio che resiste a tutti i lavaggi, a tutti i disinfettanti, a tutta la buona volontà.
E’ lo spettacolo di lunedì notte. Prima e dopo il decreto Maroni, sul Pincio si ripete sempre la stessa scena. Ma ora che i sindaci hanno più poteri di sicurezza, viene da chiedersi, potrà cambiare qualcosa? Ora che possono intervenire anche sullo spaccio, affrontato naturalmente alla voce ‘decoro urbano’ — il reato resta di competenza delle forze di polizia, chiaro — cosa possono aspettarsi i cittadini?
L’assessore all’Ambiente Anna Patullo un po’ s’arrende e un po’ no. «Sullo spaccio — insiste — non posso intervenire io. Da maggio abbiamo aumentato la pulizia del Pincio. All’epoca avevo riconosciuto che quello è un punto critico. Oggi dico: facciamo il massimo. Compresa la sanificazione». Eppure quel che si vede — e soprattutto quel che si sente — è scoraggiante. Le splendide scalinate della Montagnola — oggi sfruttate soprattutto da disperati e balordi — erano state prese a simbolo da An, all’inizio delle passeggiate o ronde, a maggio.
DOPO quella denuncia l’assessore Patullo aveva deciso di investire risorse maggiori nella pulizia. Oggi su questo monumento imbrattato dai graffitari e violentato ogni giorno dalla miseria, si gioca il tentativo di arrivare a un equilibrio difficile tra sicurezza, degrado e servizi sociali. Mai così legati.
Una volta, proponendo un patto bipartisan al consiglio comunale, il sindaco aveva tenuto distinte nettamente le prime due cose. Eppure il decreto Maroni detta un’altra agenda e stringe insieme quelle parole. Creando un vincolo.
COME SI RISOLVE? L’assessore all’Ambiente riconosce: «La soluzione è sempre nei progetti coordinati». E porta come esempio i giardini Fava, non troppo lontano da qui. Anche lì c’erano gli spacciatori a far da padroni, la gente ormai neanche aveva il coraggio di entrare. Poi sono arrivati gli assistenti civici, giorno e notte. I cittadini hanno collaborato e si sono ripresi lo spazio. E si è convinto anche l’assessore alla Sicurezza Libero Mancuso, non così entusiasta all’inizio di mandare gli assistenti civici ‘contro’ gli spacciatori. «Mi auguro che con il nuovo bando sia possibile inserire anche il Pincio, nella gestione della Montagnola», suggerisce Patullo.
OGGI il parco è gestito da Agio, l’associazione dei giovani per l’oratorio. Ogni giorno le guardie giurate aprono e chiudono i cancelli. Quasi sempre si supera la mezzanotte e le pattuglie fanno uno o più giri per cercare quelli che tirano tardi, insomma gli intrusi. Con modi impeccabili chiedono di uscire, «qui stiamo chiudendo». Lunedì a mezzanotte e mezzo un magrebino si era addormentato ubriaco. Al richiamo, si è alzato e ha chiesto scusa. Se ne è andato senza fare storie. Le attività di Agio hanno sgomberato i balordi, l’ha riconosciuto per primo il presidente del San VItale, Carmelo Adagio. Ma ci sono tanti modi per rientrare. Un buco nella rete, un cancello troppo basso da scavalcare, in zona autostazione, tra le rovine. Pieno di siringhe, anche lì.
di RITA BARTOLOMEI
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