Il cantante, alla vigilia del premio Casella che gli verrà consegnato a Ravenna, racconta dei suoi nuovi progetti e del rapporto che ha con la poesia e confessa: "Io non potrei mai cantare un testo che non mi convince, a prescindere però dal suo valore poetico"
Ravenna, 5 settembre 2008 - Prima di domani sera quando riceverà a Ravenna il premio Casella dedicato, all’interno di 'Dante 09', al poeta che per primo musicò i versi del Sommo Alighieri e che da lui viene collocato nel Purgatorio, Lucio Dalla aveva ricevuto un solo altro riconoscimento di questo genere, il Premio Montale. "Lo consegnò Bobbio sia a me che alla Merini. Ma non per questo mi sento un poeta. Sono lieto innanzitutto in questo caso di poter continuare il rapporto che ho con Davide Rondoni e con il suo Centro di Poesia".
Eppure spesso i versi delle canzoni recitati senza musica hanno un valore e una pregnanza poetici...
"Ma anche il testo migliore della canzone più bella non deve avere quel fine, non deve dare la garanzia della poesia. Una canzone deve possedere un’intenzione autonoma. Io non potrei mai cantare un testo che non mi convince, a prescindere però dal suo valore poetico".
Mai avuta la tentazione di scrivere versi?
"No, sto pubblicando un libro di racconti con Bompiani che accompagnano foto di Marco Alemanno, ma non voglio avere il patentino di poeta-cantante. La canzone ha una sua dignità autonoma, un linguaggio proprio. Prova è il fatto che spesso grandi poeti sono scarsi parolieri. Credo anzi che l’unica eccezione sia Roberto Roversi con cui ho fatto tre dischi. Il poeta normalmente presenta un tipo d’immaginazione che non si mette al servizio del pubblico. La poesia è una sorta di patologia del linguaggio".
Dante quanto l’ha frequentato da lettore?
"Molto poco. Ho provato parecchie volte a leggerlo ma dopo la prima pagina mi arenavo. Poi l’anno scorso ho avuto l’occasione di fare a Pontevecchio, a Firenze, “Dalla o Cellini?”, con brani interpretati da me e parti recitate su musica da Alemanno e lì è stato letto il Purgatorio per cui c’è stata la necessità che l’affrontassi. E mi è parso più facile rispetto a tutte le altre volte che ci avevo provato".
E’ più lettore di prosa che non di poesia, allora?
"Senz’altro, anche se amo Nazim Hikmet, Mandel'štam. Più di tutti Pasolini pur essendo completamente diverso dagli altri. Ma non sono mai stato coerente. Non lo sono nella vita, figuriamoci come lettore".
In prosa invece chi sono i suoi preferiti?
"M’interessa il fantastico, l’elaborato. Per esempio uno degli autori di cui ultimamente ho letto tutto è il giapponese Haruki Murakami. Poi mi appassiona il nostro Valerio Evangelisti. Ma non ho un argomento o uno stile che preferisco. Leggo molto e ogni tipo di cosa. Un’altra mia passione è la storia, il Medioevo in particolare".
E’ vero che per aiutare il suo amico Vittorio Sgarbi comprerà una casa a Salemi?
"No, gli sono molto amico e ne ho appoggiato la candidatura a sindaco ma ho già una casa sull’Etna per cui nutro un forte senso di colpa per lasciarla tanto vuota".
Per la sua Bologna, invece, che cosa potrebbe fare?
"Quel che potevo l’ho sempre fatto: dal concerto Unesco alle regie gratuite per il Comunale. Vorrei solo che Bologna tornasse quella di venticinque anni fa: oggi accadono sempre meno cose. Spero che gli artisti si sveglino tutti e diano direttamente ciò che manca".
Che cosa bolle nella sua pentola creativa?
"Un film a marzo da protagonista, una regia del “Gianni Schicchi” a Lecce, un disco e uno spettacolo nuovi legati alla riedizione della trilogia che feci con Roversi, il mio lavoro decisamente più straordinario. Poi parto per Argentina, Brasile e Cile per fare concerti. Insomma ho un’agenda colma fino a tutto il 2010".
Di Lorella Bolelli
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