Bologna, 8 febbraio 2008 - AVEVO PRESO un impegno tempo fa con i miei associati, con i miei colleghi imprenditori, in memoria di Marco Biagi: mantenere inalterato lo spirito della riforma sul mercato del lavoro che era costata il sacrificio dello stesso suo autore, difendendone l’impianto dalle tentazioni abrogative di un governo dilaniato al suo interno dalle tante richieste antistoriche e di cultura antimercato.
Il protocollo sul welfare varato dal Parlamento lo scorso dicembre, dopo un percorso accidentato e faticoso, ha confermato tutte le flessibilità contrattate, mantenendo per intero l’impianto della legge Biagi. E’ un risultato importante per la modernizzazione del nostro Paese, per l’occupazione, per le stesse imprese. E oggi, sul giornale che proprio alla memoria del giuslavorista bolognese dedica un Premio, sono lieto di offrire al suo ricordo e alla sua famiglia il nostro sforzo per una battaglia che è stata è vero dura, ma che è stata anche e soprattutto un atto di giustizia.
La legge Biagi non ha creato precarietà. Sono i dati che parlano. La flessibilità regolata, così come stabilito dalle nuove normative, è stata invece motore di occupazione, soprattutto giovanile e femminile. Negli ultimi dieci anni, periodo in cui è cominciata la parziale liberalizzazione del mercato, i posti di lavoro in Italia sono fortemente cresciuti. E pur in presenza di un’economia per molto tempo stagnante, i lavoratori dipendenti sono aumentati del 17%, le donne che lavorano del 21%, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dall’11,3% del 1997 sotto la soglia attuale del 6%, il livello più basso in Europa. Nelle nostre imprese il 90% degli occupati ha un contratto stabile. Fra i neoassunti, il 50% è a tempo indeterminato. L’altro 50% viene assunto con contratti temporanei, ma un lavoratore su due passa al contratto a tempo indeterminato nell’arco di 24 mesi.
Il sogno di Biagi, rendere più moderno il mercato del lavoro in Italia, sposando l’esigenza di una maggiore flessibilità nell’organizzazione del lavoro con la giusta necessità di garantire e tutelare i lavoratori, si sta dunque materializzando. La globalizzazione impone i nuovi scenari. Di fronte ai cambiamenti repentini dei mercati le imprese sopravvivono se innovano e diventano flessibili. Ed è sempre più evidente che la tutela per i lavoratori non può più risiedere nella garanzia del posto, ma in un sistema di sicurezza sociale che da un lato sostenga il reddito in caso di disoccupazione e dall’altro accompagni il lavoratore, con una formazione adeguata, verso altri impieghi.
Con il protocollo sul welfare abbiamo iniziato il percorso verso un sistema più moderno di ammortizzatori sociali, anche se il disegno complessivo deve essere ancora compiutamente tracciato. Sappiamo bene che sono urgenti, in egual misura, competitività e solidarietà. E sappiamo che non ci può essere l’una senza l’altra. L’attenzione al lavoro, alla qualità della vita in fabbrica, alla fiducia che nell’azienda devono avere i lavoratori, è cruciale per la crescita. E mettere l’uomo al centro è uno dei principi che ho sempre applicato nella mia attività di imprenditore.
Lo spirito d’impresa, la competitività, la solidarietà, la responsabilità sociale dell’impresa rispetto ai propri uomini e al proprio territorio non sono concetti astratti. Sono la sostanza sociale e culturale nelle quali le modalità organizzative devono calarsi. Il progetto è avere un Paese con un maggior tasso di occupazione, con più mercato, più concorrenza, più solidarietà, maggiore flessibilità, condizioni di partenza uguali per tutti, aiuto effettivo a chi ha bisogno. Queste sono le condizioni di base per una società più giusta. A queste lavoriamo. Per Marco Biagi, per la sua famiglia, per i giovani, per il futuro del Paese.
di Luca di Montezemolo