Bologna, 15 febbraio 2008 -
LA FOTO è di quelle che non si dimenticano. Scattata a Genova da un dilettante, fece il giro del mondo. Un uomo è a terra colpito a morte, ma ancora aggrappato alla lambretta su cui fuggono i due rapinatori, uno ha la pistola in mano. Il giovane a terra é un proletario, un sardo di 31 anni non sposato, che vive con la madre. E’ fattorino dell’Istituto Case Popolari e sta ritirando gli stipendi dei dipendenti. Si chiama Alessandro Floris e la rapina serve a finanziare il gruppo terroristico XXII ottobre. Floris, il 26 marzo 1971, è la prima vittima del terrorismo che insanguinerà l’Italia. Tra la sua morte e quella di Marco Biagi (19 marzo 2002) passano 31 anni. Due mesi fa, ero al cimitero della Certosa con una delegazione di socialisti per portare dei fiori sulle tombe di Francesco Zanardi e di Marco. Virginio Biagini ci ricordò il lontano episodio di Genova perché anche Floris era un militante del Psi. A Floris fu conferita la medaglia d’oro al valor civile.
DA QUEL GIORNO, le vittime del terrorismo in Italia furono centinaia: persone comuni, sindacalisti, giornalisti, magistrati, attivisti politici, dirigenti d’azienda, amministratori pubblici, docenti, agenti di polizia. Vittime di ogni tipo ma, mentre alcuni di loro (di estrazione comunista o cattolica) sono ricordati anche per l’adesione politica, si tace la militanza dei socialisti. Ricordo che, tre giorni dopo l’agguato di via Valdonica, in un’assemblea dei Ds con il segretario provinciale della Cgil, Biagi veniva ricordato con deferenza ed emozione ma anche con imbarazzo. Mi alzai per precisare che non era stato solo un giuslavorista, che non era un tecnocrate lontano dai problemi della società ma un compagno, uno di noi. Silenzio glaciale. E’ una rimozione inspiegabile perché i socialisti non sono stati estranei alla lotta fra la democrazia e le Br. Nel gennaio del 1979 in una manifestazione a Palazzo Re Enzo, Craxi, reduce dai funerali del giudice Alessandrini, disse: «Sono giorni neri, a me hanno ammazzato un amico».
NEL MAGGIO del 1980 a Milano fu ucciso il giornalista Walter Tobagi. Aveva iniziato come redattore de “La Zanzara”, lo storico giornalino del liceo Parini. Aveva proseguito all’Avanti e all’Avvenire. Il padre avrebbe condotto per anni un’indagine per scoprire i complici dell’omicidio, nella stessa redazione del Corriere della Sera in cui Walter lavorava. Conosco alcuni colleghi e compagni di studi di Marco Biagi che lo ricordano con rispetto ed emozione. Anche quelli che, come me, considerano la legge 30 (che non prevede gli ammortizzatori sociali che Marco avrebbe voluto) una legge negativa per il lavoro, soprattutto dei giovani. In questi anni, più di ogni cosa, ho apprezzato la discrezione e la dignità dei familiari di Marco, la compostezza del loro rigore e dei loro silenzi. Coerenti, di fronte a tante ambiguità della politica.
Serafino D’Onofrio, consigliere comunale de ‘Il Cantiere’