SONO ORMAI trascorsi sei anni da quando un commando di brigatisti freddò con sei colpi di pistola il professor Marco Biagi. Da allora, all’avvicinarsi della ricorrenza le polemiche e le contrapposizioni sul suo testamento si riaccendono. Marco Biagi per le sue idee e il suo coraggio ha pagato con la vita. Ma le sue intuizioni hanno pesantemente contribuito all’evoluzione del diritto del lavoro promuovendo un’azione sovversiva rispetto alla vecchia visione e riportando in essa la centralità della persona. La sua lezione è di una straordinaria intensità: Biagi ha sempre sostenuto che il diritto del lavoro fosse non solo un mero strumento di protezione, ma soprattutto di produzione e di promozione della crescita. Se vogliamo creare occupazione e nuove risorse, la flessibilità è una delle strade da percorrere, anche se non l’unica. In un mondo sempre più globalizzato, in continuo mutamento e con grandi opportunità bisogna capire quale è la direzione da percorrere. L’occupazione del futuro sarà nei servizi e pertanto ben vengano le liberalizzazioni dei servizi pubblici, così come è positivaa riduzione del cuneo fiscale che in ogni parte del globo ha portato benefici sa per le imprese sia per i lavoratori.
Non dimentichiamoci poi che ci vogliono anche le cosiddette politiche di conciliazione per far crescere l’occupazione femminile. Come non vanno trascurate le relazioni industriali che devono essere sviluppate. Su questi punti Marco Biagi ci ha insegnato molto. Ha sempre affermato che i problemi principali da affrontare fossero i veti e soprattutto i pregiudizi ideologici. Vero! Leggendo alcuni testi del professor Biagi ho capito un’altra peculiarità del suo pensiero: la sua visione del diritto del lavoro che attribuiva non solo la funzione di proteggere i soggetti deboli, ma anche quella di strumento di competizione e quindi di regolazione della concorrenza delle imprese. Marco Biagi era un giurista pioniere, un uomo senza frontiere, libero da dogmi e pregiudizi che voleva o forse è meglio dire che sperava che venissero per sempre superate le barriere dell’ideologia e del pregiudizio che schiacciano la creatività e l’intraprendenza. Il suo “ Libro bianco” ne è una testimonianza e per questo fu (troppo) spesso oggetto di critiche ingiuste. La sua innovativa concezione di flessibilità ha spalancato la porta a tanti giovani al mondo del lavoro offrendo a tutti l’opportunità di conciliare la carriera con la vita familiare: un grande messaggio. A noi quindi spetta riequilibrare quel bilanciamento e trovare le misure necessarie.
Adriano Aere