MARCO BIAGI non avrebbe smesso di imparare. Avrebbe cercato ancora nuove soluzioni ai grandi prolemi del lavoro. Perché il mondo del lavoro cambia continuamente, sotto la pressione di sfide, domande, bisogni, competizioni. Ed è questa sua capacità di apprendimento e ricerca di nuove soluzioni e nuovi strumenti di ‘governance’, che gli derivava anche dalla sua ricerca comparativa a livello internazionale, che più manca.
LO SI CAPISCE anche solo andando a rileggere il suo ‘libro bianco’. Biagi non aveva codificato un pensiero e cristallizzato un sistema. Aveva messo in moto una percorso di apprendimento virtuoso dalla realtà per intercettare i cambiamenti del lavoro, avendo ben presente la bussola del bisogno e del diritto dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e della ricerca di dialogo — quando necessario anche di un compromesso — tra questi bisogni e i diritti. Oggi si è attenuata l’equazione Biagi-precariato, per una evidente ragione di giustizia e onestà intellettuale. Il precariato, ben più selvaggio ed alimentato paradossalmente dalle stesse amministrazioni pubbliche, precedeva l’azione di Biagi. Il suo è stato il contributo ad un percorso di affronto della realtà, di superamento di problemi nella direzione di una maggiore equità, col solido utilizzo di una ragione realista ma determinata. Non certo la causa. E la sua non è nemmeno stata la proposta di un compromesso al ribasso.
AL CONTRARIO ha alzato l’asticella delle risposte e dei doveri normativi e degli strumenti disponibili. Ma la sotterranea imputazione di aver ecceduto nella flessibilizzazione che porta al precariato permane in realtà, anche se velata da pudore e sensi di colpa per la tragedia patita dal giuslavorista e dalla sua famiglia. Il vero nodo irrisolto, anche su questo, è che la politica — a differenza appunto di Biagi — stenta ancora invece ad apprendere.
A capire che analisi semplicistiche e soluzioni spot non aiutano, non cambiano il paese. Alimentano solo, quando va bene, illusioni o rancori, senza indicare strade realmente percorribili. Imprigionate dall’esigenza di consenso elettorale, le leadership politiche cercano di cavarsela con slogan, semplificazioni, facili quanto irrealistiche ricette. Mentre invece solo un enorme sforzo di educazione, apprendimento, liberazione da schemi, consentirebbe di rischiare strade nuove per il lavoro, per i giovani, per ridare competitività al nostro paese zavorrato da tare decennali.
SE IL SISTEMA Paese, nel suo punto di leadership, non impara più e non sa trovare nuove strade, è destinato al declino. Biagi manca perché era uno che avrebbe continuato a riformare se stesso, continuando ad imparare, pur avendo acquisito solide bussole di riferimento e robuste certezze derivategli dalla competenza e dalle sue passioni ideali. E infatti c’è uno straordinario e non ancora abbastanza esplorato nesso tra la questione lavoro, la sua crisi, e la crisi educativa di questa nazione. E' una vera emergenza. La crisi del lavoro è anche la crisi della scuola italiana e della sua università.
di Paolo Foschini