Denis Occhi ora 'se non sarà capace di indicare elementi decisivi a riscontro' potrebbe rischiare l’incriminazione di autocalunnia
FERRARA — DENIS Occhi non potrà essere nuovamente processato perché la procura generale presso la Corte d’Appello di Bologna decise di non ricorrere in Cassazione. Facendo diventare definitiva la sentenza che l’aveva scagionato.
E’ in questo semplice ragionamento la verità sul «caso Occhi», il 33enne muratore della provincia di Ferrara che, il 2 gennaio, ha confessato alla polizia di aver ucciso la moglie Giada Anteghini dopo essere stato assolto in appello.
Ma come è potuto verificarsi un paradosso del genere? Fu una scelta consapevole, quella dei giudici, o una dannata svista?
«Il ricorso per Cassazione — spiega il procuratore Attilio Dardani, che allora sostenne l’accusa in appello — non è una impugnazione per devolvere ad altri giudici un giudizio sul merito. In base al codice di procedura penale, infatti, viene proposta solo in presenza di vizi nell’applicazione di norme processuali o di diritti sostanziali, e nel percorrere l’iter logico che ha condotto a tale applicazione. E non era il caso di quella sentenza».
LEI aveva chiesto la conferma della sentenza di condanna? «Sì — risponde il procuratore — ma il ragionamento seguito dalla Corte d’Appello ci sembrò logico e inattaccabile. Ci convincemmo del fatto che non ci fosse alcuna possibilità di porre rimedio a quella decisione».
UN ITER logico-giuridico confermato dal procuratore generale presso la Corte d’Appello, Francesco Pintor: «Non tutte le sentenze si impugnano anche perché l’ambito in Cassazione è piuttosto ristretto». Non ha dubbi nemmeno il noto penalista Filippo Sgubbi: «Dardani — spiega — avrà certamente letto con attenzione la sentenza d’appello, che sarà stata tutta impostata su elementi di fatto, e avrà ritenuto che non sussistessero gli estremi per un ricorso per Cassazione, che va proposto solo per violazioni di legge».
DI «CASO umano», contro il quale sarebbe stato inutile fare «accanimento giudiziario», parla invece l’avvocato Pietro Daniele di Bologna, che assistette Denis Occhi durante il processo d’appello: «La verità — dice — è che contro quell’uomo non c’erano prove certe. Le uniche prove erano le sue confessioni, poi ritrattate. Persino il Ris di Parma, che fu estremamente scrupoloso nei rilievi, non trovò tracce e riscontri che portassero a Occhi».
«IL GIUDICE di primo grado — continua — ritenne la confessione un elemento significativo e sufficiente per la condanna. I giudici d’appello, invece, ritennero che quelle dichiarazioni non fossero sufficientemente corroborate da prove specifiche». Sul caso è intervenuto anche il presidente del tribunale penale di Ferrara, Francesco Maria Caruso: «Il tribunale di Ferrara aveva condannato Occhi e la Corte d’appello lo aveva sì assolto, ma con sentenza collegiale di due giudici togati e sei popolari, che hanno lo stesso peso di quelli togati». Il presidente Caruso si è soffermato sulla «confessione postuma che — ha spiegato — non significa affatto che l’imputato sia davvero colpevole. Come non bastò al processo, la confessione non può bastare oggi, in quest’improvvisato processo per voci di piazza e media».
ORA, ha ipotizzato il presidente del tribunale estense, Occhi potrebbe rischiare l’incriminazione di autocalunnia «se non sarà capace di indicare elementi decisivi a riscontro». Nel frattempo si acuisce il senso di frustrazione e abbandono della madre di Giada Anteghini: «Spero che qualcuno si muova e provi a far riaprire questo caso — è l’appello di Maria Emanuela Natali —. Il mio timore è che possa venire a disturbare sua figlia, che è con me, nonostante la diffida del tribunale dei minori. Ma se capita a casa nostra — minaccia — saprò come difendermi». A tale proposito, il sostituto procuratore ferarese Nicola Proto ha comunque annunciato che la procura si riserverà di «valutare in ordine alle eventuali misure di prevenzione da adottare nei confronti di Occhi».
di Cristiano Bendin
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