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UNA GRANDE MOSTRA A MILANO

Il genio di Antonio Ligabue
rivive a Palazzo Reale

Con oltre 250 opere è stata inaugurata la più grande antologica mai dedicata ad Antonio Ligabue (Zurigo 1899 - Gualtieri 1965). ''Un genio", lo ha definito Vittorio Sgarbi presentando la mostra di cui è stato ideatore

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Autoritratto di Antonio Ligabue Reggio Emilia, 19 giugno 2008 - Con oltre 250 opere è stata inaugurata al Palazzo Reale di Milano la più grande antologica mai dedicata ad Antonio Ligabue (Zurigo 1899 - Gualtieri, Reggio Emilia 1965). ''Un genio - lo ha definito Vittorio Sgarbi presentando la mostra di cui è stato ideatore quando era assessore alla Cultura del Comune di Milano - che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, è in grado di inserirsi a pieno titolo nell'arte contemporanea, proponendo un linguaggio figurativo che parla di cose semplici e persone altrettanto semplici''.
 

La rassegna comprende 211 dipinti a olio, di cui una quindicina inediti, oltre a disegni, sculture e anche oggetti a lui appartenuti, tra cui la celebre motocicletta rossa, avuta in cambio di alcuni suoi quadri e con la quale amava scorrazzare sugli argini del Po, vicini alla baracca tra i boschi in cui viveva, nei pressi di Gualtieri. Figlio di poveri emigrati italiani, Ligabue era nato a Zurigo, dove aveva ben presto dato segni di ritardo mentale e poi di vero e proprio squilibrio, tanto da dover essere ricoverato in manicomio. Le autorità svizzere avevano infine deciso di disfarsi di lui, sempre cittadino italiano, e nel 1919 il giovane Ligabue fu accompagnato alla frontiera di Chiasso. I Carabinieri lo presero in consegna e, visto che il padre era originario di Gualtieri, lo portarono lì.
 

Ligabue parlava solo tedesco e, dopo aver sperato invano di poter rientrare in Svizzera, si rassegnò. Lavorava nei campi e nelle segherie intorno a Gualtieri, imparando uno stentato italiano. I compagni di lavoro notarono che disegnava su ogni pezzo di carta che gli capitava in mano. Appena si poté procurare l'occorrente, iniziò a dipingere nella baracca in cui viveva, cercando di vendere le sue opere nelle fiere dei paesi intorno o scambiandole con cibo o quanto altro gli occorresse. La fama di questo pittore cominciò a diffondersi e gli esperti che videro le sue opere, tra cui Cesare Zavattini, riconobbero in lui un grande artista in assoluto, e non limitato all'ambito naif, come poteva far pensare la sua pittura assolutamente istintiva. Egli rappresentava con colori vivissimi e pennellate di una straordinaria efficacia scene di vita dei campi, ma soprattutto si esprimeva con figure di animali, anche leopardi e leoni che aveva visto solo in foto e forse in uno zoo svizzero, e un gran numero di autoritratti, che spesso si faceva dopo essersi ferito il volto e la testa con colpi di pietra. La sua mente continuava infatti a vacillare, spingendolo anche all'autolesionismo. La fama di questo straordinario quanto drammatico artista cominciò a spandersi, ma la morte lo colse all'ospedale di Gualtieri, mentre era in corso a Reggio Emilia una mostra antologica che ne consacrava la fama, continuata a crescere in seguito, con le sue opere che entravano in musei e importanti collezioni. La mostra di Milano rimarra' aperta fino al 26 ottobre.










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